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Dal mondo

Regno Unito: Oxford ridisegna
l’imposta sui profitti

Un recente lavoro di ricerca dell’Università mette a confronto diversi modelli per rilanciare la crescita

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Una crescita economica, in età moderna, senza la guida delle imprese è destinata a permanere nel nulla di fatto degli scenari ipotetici ma impraticabili. Il giudizio, contenuto in un lavoro di ricerca sulla struttura dell’imposta sui profitti condotto dall’Università di Oxford, Saïd Business School, ha sollevato un dibattito acceso nel Regno Unito e negli Usa, sul modello effettivo migliore in base al quale riscrivere e rimodellare l’intera tassazione pendente sui ricavi prodotti e riportati a bilancio da un’azienda. Naturalmente, l’unico punto su cui s’è addensato un ampio consenso internazionale riguarda il fattore decisivo su cui concentrare questa sorta di rivoluzione econometrica e fiscale: l’aliquota standard applicata sui guadagni d’una società, ovvero, l’imposta sui profitti.
 
Imposta sui profitti, dal 1984 a oggi trent’anni di caduta libera – Oltre al venir meno del gettito, il dato che emerge dal 1984 ad oggi, cioè nel corso d’un intervallo temporale studiato di trent’anni, è che l’aliquota marginale, standard, utilizzata per calcolare l’imposta sui profitti si è progressivamente erosa, senza sosta, fino quasi a dimezzarsi. Infatti, mentre nel 1984, nei Paesi membri dell’Ocse, risultava in media pari al 47%, oggi, nel 2014, in quegli stessi Paesi non supera complessivamente il 28%, sempre in base al calcolo d’un valore medio. Dunque, a conti fatti, sostengono i ricercatori dell’Università di Oxford, il trend che emerge sembrerebbe indurre a pensare che l’imposta abbia subito un vero e proprio collasso senza precedenti visto che nessuna altra imposta, tassa o balzello ha registrato una simile colossale riduzione. Un calo fiscale quindi positivo, almeno per i bilanci delle aziende e di grandi finanzieri che, sempre nel periodo preso in esame, hanno beneficiato d’un aumento del 108%, più del doppio, dei rispettivi profitti.
 
                                               
 
Imposta sui profitti, media dei Paesi Ocse





Nel grafico è riportato l’andamento dell’aliquota media standard dell’imposta sui profitti applicata, nel periodo 1984-2014, dai Paesi membri dell’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, Ocse (i valori riportati nel grafico sono espressi in percentuale)
Fonte: Università di Oxford
 

Uk e Italia a confronto o invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia – L’analisi condotta dai ricercatori e dagli studiosi di Oxford, dopo aver esposto il quadro base di riferimento, ha definito alcuni casi da passare a un esame di dettaglio. Da un lato il Regno Unito che, tra i Paesi che anelano alla crescita in tempi di scarse risorse pubbliche, ha optato per un taglio progressivo dell’aliquota che grava sui profitti delle società riducendola, seguendo un’agenda di sei anni, dal 28 al 22%. Per riequilibrare questo taglio netto, e il conseguente gap sul versante delle entrate fiscali, si è scelta l’opzione di provvedere a un taglio netto equivalente della spesa pubblica. Il caso italiano, secondo gli studiosi della prestigiosa Università, è piuttosto differente. Infatti, nel nostro Paese si sarebbe deciso di lasciare l’aliquota intatta, mentre si è agito sul lato dei crediti d’imposta e delle agevolazioni, cui è seguita una sostanziale riduzione della base imponibile. Ponendo a raffronto i due modelli, i ricercatori hanno elaborato il seguente schema: 100 il valore dei ricavi complessivi che le imprese contabilizzano in media sia in Italia che nel Regno Unito, mentre la riduzione della base imponibile abbassa questi due tetti a 80 in Uk e a 60 nel nostro Paese. A questo punto, applicando le due imposte, con relative aliquote, in Italia, sempre in media, un’azienda verserebbe come imposta sui profitti una somma pari al 19% dei ricavi, mentre nel Regno Unito il quantum pagato sarebbe pari al 18% dei guadagni iniziali lordi. Dunque, l’esito del raffronto porrebbe i due modelli differenti utilizzati di fronte al medesimo limite già manifestatosi in altre economie europee. In altre parole, la situazione resterebbe in una fase intermedia, di nessun risultato, con lo scenario economico che persisterebbe in un moto sospeso di bassa crescita e di modesto sviluppo.
 
Come invertire la tendenza: il fisco resta la chiave – La conclusione dei ricercatori dell’Università di Oxford è piuttosto radicale. Se si considerano, infatti, le soluzioni adottate da diversi Governi nel corso del quinquennio passato, modifiche alla struttura dell’imposta sui profitti sono state sì introdotte ma mai secondo regole decise di cambiamento. Si sono scelte vie moderate, una riduzione modesta dell’aliquota, oppure, una altrettanto modesta diminuzione della base imponibile ma, di fatto, cambiamenti radicali sono difficili da rammentare e quindi analizzare. A questo punto, l’unica via per porre di nuovo in movimento la locomotiva europea, e più in generale dei Paesi ricchi dell’Ocse, consisterebbe quindi nel porre allo studio e nell’avviare un profondo restyling dell’intera tassazione applicata sulle società con l’obiettivo di garantire che la quota comunque elevata dei ricavi ricondotti a bilancio abbiano sempre aperta la finestra degli investimenti, soprattutto per il miglioramento dei processi produttivi interni, dei premi interni da distribuire su base orizzontale e non soltanto su di un piano verticistico, cioè solo il management, e per finire la chance d’espandere il proprio business. In pratica, il fisco diventerebbe un duplice volano sia per le entrate sul lato dell’erario sia dei profitti sul versante delle imprese. Il risultato sarebbe che i profitti societari sarebbero non più reinvestiti in settori necessariamente legati alla finanza, quindi alla ricerca di ritorni che il piano aziendale e le prospettive produttive non sembrerebbe in grado di garantire, e allo stesso tempo non beneficerebbero più soltanto gli stipendi del management di livello alto, gli unici che nella passività sembrano capaci di garantire sfruttando la loro abilità personale, ma sull’intero sistema dei lavoratori. Con il doppio effetto di riportare in area più accettabile il livello dei redditi medi disponibili, a loro volta capaci di tornare a spingere i consumi interni. Soltanto una volta realizzato un simile scenario, sostengono i ricercatori sarà possibile tornare ad osservare una crescita del Pil superiore al 4%, soprattutto in Paesi come l’Italia, il Regno Unito, la Francia, la Spagna, il Giappone e la stessa Germania.
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