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Dal mondo

L’offshore sul viale del tramonto? (1)

Sembrerebbe di sì se è vero che gli Stati-nazione non sono più disposti a tollerarne l’impatto negativo esercitato sui rispettivi conti pubblici

Dopo aver sedotto circa 11 mila miliardi di dollari ed aver sottratto almeno 255 miliardi di dollari l’anno alle Amministrazioni tributarie nazionali, almeno questo è il dato fornito recentemente dal Tax Justice Network, sembra davvero giunta l’ora della pensione per il mito, a volte esotico oltre che soltanto ragionieristico, dei paradisi fiscali.
L’evasione fiscale, in particolare quella che scivola sulle acque dei territori offshore, costituisce oramai un fenomeno piuttosto generalizzato e ampiamente diffuso su scala globale rispetto al quale, almeno negli ultimi anni, gli Stati-Nazione si stanno rivelando sempre più insofferenti e affatto disposti a tollerarne l’impatto crescente che esercita in via diretta sui rispettivi conti pubblici.
Cala il sipario sulla libertà di manovra degli evasori
In un’epoca segnata dal lento declino del capitalismo in versione originaria e dalla rapida estensione delle società, che peraltro ha comportato l’infittirsi dei doveri e dei servizi che milioni di cittadini riversano sullo Stato e che si attendono di ricevere dal sistema pubblico con cui si misurano e, soprattutto, verso il quale indirizzano quote consistenti del proprio reddito, la libertà di manovra concessa per decenni all’evasore fiscale cosiddetto "facoltoso" e alle centinaia di migliaia di aziende transnazionali che operano sul mercato globale non trova più alcuna motivazione socialmente sostenibile oltre che meramente contabile.
Il grido d’allarme degli organismi internazionali
Infatti, considerando che, almeno secondo le proiezioni e le analisi condotte nell’ultimo quinquennio da una pluralità di organismi di orientamento diverso e spesso discordante come, per esempio, la Bank for International Settlemets, il Tax Justice Network e alcune società di consulenza tra le più autorevoli come Merryll Lynch e Cap Gemini (World Wealth Report 1998) e il Boston Consulting Group (Global Wealth Report 2003), la ricchezza in fuga dagli Erari nazionali e in vacanza nei forzieri dei paradisi fiscali potrebbe aver oramai raggiunto una quota pari a 1/3 del Pil mondiale, quindi si tratterebbe di una somma intorno agli 11 mila miliardi di dollari, non sarebbe affatto audace stimare una perdita secca annuale per i conti pubblici degli Stati che potrebbe oscillare all’interno di una forbice piuttosto ampia tra i 250 e i 500 miliardi di dollari l’anno, di cui la metà interesserebbe i Paesi cosiddetti emergenti o, nella meno rassicurante delle ipotesi, quelli comunemente indicati come "poveri", piuttosto che più gentilmente "in via di sviluppo". Naturalmente, data la storica difficoltà di eseguire analisi contabili complesse in corrispondenza dell’assenza di numeri certi provenienti dai Paesi che costituiscono la galassia multiforme dell’Offshore che riposa, oltre che sulla mitezza del Fisco, anche sull’inflessibilità del segreto bancario, i dati più volte diffusi rappresentano soltanto delle stime il cui intervallo sovente è talmente ampio da generare più interrogativi contabili che certezze numerico-finanziarie.
Il tramonto del no-taxation without tax inspections
Negli anni passati un folto gruppo di economisti considerava l’evasione fiscale come una dinamica apparentemente negativa ma in realtà, e una volta chiusi i bilanci, piuttosto positiva per la crescita delle economie e dei mercati nazionali, la cui agenda era dettata da motori molteplici costituiti in primis dalle imprese e dalle aziende, dai professionisti e dagli operatori economici, ovvero, da quell’universo magmatico e indistinto che risulta anche campione assoluto e detentore di lungo corso del primato connesso alla pratica del no-taxation without tax inspections. Oggi questa visione allegra delle finanze sembra divenuta inconciliabile con la magrezza spettrale dei conti pubblici mondiali e la ristrettezza delle risorse necessarie agli Stati per governare i processi attuali imposti dalla globalizzazione e realizzare le politiche che consentano alle rispettive comunità di crescere piuttosto che reclinare su se stesse. Questa realtà, apparentemente scontata ma difficile da applicare, sembra ora destinata a scivolare nei libri di storia, sostituita dall’avvento di un nuovo orizzonte tributario il cui fine principale è ricondurre i profitti delle multinazionali e i patrimoni dei contribuenti facoltosi entro il perimetro delle regole, ovvero, tra le braccia degli Erari nazionali, mortificati da decenni di marginalizzazione normativa e politica.
Un ridimensionamento necessario
E’ in questo quadro, naturalmente legato al dopo 11 settembre e alla necessità di ricondurre i transiti finanziari che alimentano le economie di decine di paradisi fiscali all’interno delle autostrade normative che regolano le moderne economie, che oramai in decine di Paesi, alcuni davvero diversi tra loro, dalla Corea del Sud agli Stati Uniti, dal Regno Unito fino alla Russia post-sovietica, da diverso tempo sono state lanciate molteplici iniziative. L’obiettivo è ridimensionare le franchigie fiscal-finanziarie di cui ha goduto per decenni il pianeta dell’offshore e che, come dimostrato dagli accadimenti recenti, si sono rivelati strumenti incontrollabili e pericolosi a livello internazionale.
I numeri dell’offshore
La contabilità relativa alla taglia attuale dell’evasione fiscale è davvero difficile da definire in maniera sicura. Per esempio, soltanto in relazione ai gap fiscali generati dal boom dell’offshore e dall’escalation del mercato abitato dai cosiddetti paradisi fiscali, ovvero, da decine di giurisdizioni indipendenti, oltre 70, entro cui impera una bassa e, sovente, inesistente tassazione, il danno che si rovescia ogni anno sugli Erari nazionali è stimato in circa 250 miliardi di dollari. In realtà si tratta di un calcolo prudenziale che potrebbe nascondere i margini contabili di un fenomeno ben più consistente dato che, secondo le stime di diversi organismi e molteplici società di consulenza di dimensione internazionale, sarebbero oramai almeno 11 mila i miliardi di dollari che troverebbero ordinariamente ristoro e accoglienza sulle assolate spiagge accoglienti che circondano decine di piazze finanziarie inserite nell’universo dell’offshore.
Un differenziale che pesa
Considerando questa somma come la raffigurazione contabile del tesoro custodito attualmente nei paradisi fiscali, e calcolando che il profitto netto garantito da questa ricchezza enorme ed immobilizzata tra le acque calde e rassicuranti dell’offshore, soltanto in termini di interessi, potrebbe oltrepassare gli 800 miliardi di dollari l’anno, allora non è improbabile, come calcolato tempo fa dal Tax Justice Network, che la perdita secca per gli Erari potrebbe essere facilmente sovrapponibile ai 250 miliardi di dollari per ciascun anno d’imposta. E’ però giusto rammentare che istituzioni differenti come, per esempio, la Bank for International Settlements, retrocedono a circa 2,7 mila miliardi di dollari, piuttosto che agli 11 mila miliardi stimati dal TJN, il tesoro depositato sui conti correnti delle banche che operano nelle giurisdizioni dell’offshore. E ciò tende a ridimensionare in maniera significativa l’impatto sulle economie nazionali del mercato legato ai paradisi fiscali. Naturalmente si deve aggiungere che i dati raccolti periodicamente dalla BISs sono relativi soltanto alle somme collocate sui conti correnti registrati e regolarmente dichiarati dagli istituti finanziari attivi nell’universo dell’offshore. Per questa ragione, i numeri forniti da questa istituzione internazionale sono piuttosto limitati in quanto, soprattutto, non comprensivi dei capitali e delle ricchezze che, per esempio, sono immobilizzate in una vasta gamma di fondi d’investimento e di altri strumenti particolari comunque gestiti tramite società e operatori attivi all’interno delle molteplici piazze finanziarie di ciascun paradiso fiscale, anche se non riconducibili a conti correnti e depositi classici.
Oltre sette milioni gli utenti dell’offshore
Secondo il Rapporto realizzato nel 2003 dalla Cap Gemini, i miliardari che gestiscono almeno 1 milione di dollari in patrimoni finanziari sarebbero oltre 7 milioni. E’ questa la popolazione che abita con assiduità e che alimenta con fervore, oltre naturalmente a centinaia di migliaia di aziende, il mercato dei paradisi fiscali, orientando annualmente centinaia di miliardi di dollari sulle piazze finanziarie delle giurisdizioni a bassa tassazione e sottraendole agli Erari nazionali. Si tratta dunque di una pattuglia piuttosto folta che tende ad aumentare in maniera costante da diversi decenni, senza incontrare apparentemente periodi di crisi. Peraltro, anche il dato geografico non è più unico e monotematico dato che, soprattutto negli ultimi anni, non sono soltanto i ricchi dell’Europa occidentale e quelli statunitensi a ritagliarsi, per vocazione contabile, un posto al sole sulla spiaggia di qualche paradiso fiscale. Infatti aumentano progressivamente anche i miliardari russi e dell’est Europa, integrati recentemente da un folto numero di cinesi e di indiani. Insomma, il monopolio dei ricchi petrolieri arabi come rappresentanti della parte non occidentale del Pianeta anch’essa sedotta dall’incedere dell’offshore sembra volgere al tramonto.
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