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Dal mondo

Iran, gli Ayatollah alle prese con il rebus fiscale dell'Iva

L'imposta, odiata dai commercianti e vista con sospetto dai leader religiosi, è in attesa di ricevere l'ok definitivo

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I conti non tornano a Teheran, soprattutto in materia di fisco. La guerra dell'Iva, infatti, condotta nel triennio passato ricorrendo a ripetuti scioperi fiscali guidati dalle centinaia di migliaia di commercianti che popolano i bazaar fino a scomodare, nel 2009, persino i massimi principi dell'Islam, sembra ancora lontana dal trovare una soluzione condivisa. Almeno in pratica.

 
Gli Ayatollah sulla via dell'Iva - Sul versante tecnico-amministrativo l'Iva, con un'aliquota standard al 3%, è stata di fatto introdotta, ma nella realtà, a cominciare dai consumi e dai servizi energetici, fino ad arrivare alle franchigie di cui beneficiano operatori, artigiani e commercianti attivi in diverse aree e settori, l'imposta è applicata secondo moduli frazionati e seguendo procedure talmente discrezionali da risultare ancora lontana da una concreta introduzione. In altre parole, l'Iva in versione iraniana, osteggiata persino dagli Ayatollah, oltre che dalle gilde dei commercianti, oltre 1milione d'iscritti, si dibatte ancora in un corridoio sperimentale piuttosto angusto, in attesa di ricevere l'ok definitivo alla sua integrale implementazione. E questo sia sull'intero territorio nazionale, non più secondo una mappa maculata, sia all'intero settore del commercio, dei servizi e delle professioni, a oggi largamente differenziati a seconda  del prevalere degli orientamenti religiosi espressi dagli Ayatollah e dai loro rappresentanti.
 

Andamento delle entrate nel periodo 2007-10



 




I valori riportati nella tabella sono espressi in miliardi di euro
* Per il 2010 si tratta di stime
Fonte: Imf, Banca Centrale dell'Iran e altre

Paracadute petrolio in soccorso del Fisco - L'introduzione dell'Iva, decisa su più fasi, e con regimi diversi, già nel 2008, risponde a una necessità irrimandabile dei conti pubblici iraniani, richiamata ripetutamente peraltro dall'IMF e dalla Banca Mondiale. Fino a oggi la quota maggiore delle entrate generali dello Stato, all'incirca 66miliardi di dollari l'anno, 61mld secondo le stime sul 2010, poggia quasi esclusivamente sui guadagni derivanti dall'export del greggio e, al contempo, sul gettito dell'imposta sui profitti che versano le aziende attive nel settore. Nel biennio passato però la crisi, e il suo ripercuotersi sui listini del petrolio, ha mostrato con chiarezza che un'economia, come quella iraniana, non può più permettersi il lusso di dipendere così univocamente dal business del barile. L'ennesimo monito che i responsabili dell'Economia che siedono a Teheran, e i tecnici, hanno prontamente tradotto nel rilancio d'un programma definitivo d'applicazione integrale, e senza più pause di riflessione, dell'Iva.

Entrate tributarie oltre il barile - Secondo gli ultimi dati, nel 2009 le entrate fiscali non hanno oltrepassato l'asticella dei 19 miliardi di euro, 18,7 per l'esattezza. Nello stesso anno, quasi 35 miliardi di euro, provenienti dall'export del greggio, hanno invece provveduto a tenere a galla i conti dello Stato, il cui deficit nell'anno in corso dovrebbe riassestarsi al di sotto del 3% del Pil. Sempre che il mercato del petrolio tenga. Nel 2008, infatti, mentre i listini del barile volavano ben 44miliardi di euro rifluivano nelle casse dell'erario iraniano, rimandando di almeno un semestre l'appuntamento con la crisi. Ora, però, la generale stagnazione dell'economia mondiale e il suo rallentare pongono di nuovo l'Iran di fronte al dilemma dell'Iva. D'altra parte, osservando il trend delle imposte dirette, in media circa 1,5miliardi di euro l'anno risultano prendere la via dell'erario. E questo è già un segnale positivo. Prima che l'Iva facesse anche un timido ingresso nel sistema tributario, il gettito delle imposte indirette non superava 1miliardo di euro. Dunque, in un solo biennio, e nonostante l'Iva sia ancora in fase di reale implementazione, le entrate fiscali che derivano dalla tassazione delle vendite si sono già incrementate del 50%. Un dato questo che, in caso di generale e ordinaria applicazione dell'Iva al 3%, potrebbe determinare, nel prossimo biennio, almeno 4 miliardi di euro di maggiori entrate. Quanto basta, secondo i responsabili dell'Economia, per puntellare i conti pubblici del Paese.

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