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Dal mondo

Giappone: l’Iva divide Governo e Fmi.
Aumento fissato per ottobre 2019

Il Fondo monetario internazionale promuove l’Abenomics, ma raccomanda di portare l’imposta al 15% in tempi rapidi

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Un dialogo fra sordi.  Può essere sintetizzato con questa espressione il confronto fra il Governo giapponese e il Fondo monetario internazionale sull’aumento dell’Iva. In un documento diffuso al termine di una recente “mission”, Fmi apprezza l’Abenomics, ma chiede di portare in tempi brevi l’imposta sui consumi al 15%. L’esecutivo nipponico conferma l’aumento fissato dall’8% al 10% per l’autunno 2019, ma non programma di superare quota 10. Anzi, il premier Shinzo Abe, spinto dal timore di una nuova recessione, annuncia un’aliquota ridotta all’8% su alcuni beni di consumo e  l’introduzione di punti premio per gli acquisti con carta di credito e bancomat.
 
La pagella del Fondo Monetario Internazionale – Promosso con riserva. Il Fondo Monetario Internazionale tratta il Giappone come un allievo di valore, che potrebbe fare di più, se solo seguisse i consigli dell’insegnante.  Dal canto suo, il Governo nipponico prende in considerazione i suggerimenti del Fondo, ma va dritto per la propria strada, come un samurai senza padrone.  Il giudizio formulato qualche settimana fa Fmi riconosce gli sforzi e i progressi fatti dal Giappone in oltre cinque anni di Abenomics, ma preme per un aumento, graduale ma drastico, dell’imposta sui consumi con l’obiettivo di garantire la tenuta dei conti pubblici. La strategia dell'Abenomics rimane appropriata precisa il Fondo in una nota ufficiale ma “sono necessarie politiche più vigorose per rilanciare l’economia e rendere sostenibile il debito pubblico”. 
Dal punto di vista fiscale l’attenzione Fmi si concentra soprattutto sulla Corporate Tax e sulla Vat. Per quanto riguarda l’imposta sulle società, il Fondo consiglia di rafforzare gli incentivi fiscali legati all’aumento dei salari, che attualmente consiste in un credito di imposta del 15% per le imprese che mettono in campo un certo livello di investimenti e documentano un aumento medio delle buste paga di almeno il 3% nell’anno fiscale precedente. In materia di imposta sui consumi, Fmi raccomanda ancora una volta al Giappone di finanziare i crescenti costi della sicurezza sociale connessi anche a un invecchiamento della popolazione che appare inesorabile e di ridurre i rischi di sostenibilità di un debito pubblico (a quota  240%) con aumenti graduali dell’imposta sui consumi, fino a raggiungere almeno l’aliquota del 15%.  L’esecutivo nipponico assegna la priorità alla tenuta della domanda interna e non recepisce la ricetta del Fondo in materia di Iva.
 
Le scelte del Giappone: sì all’aumento Iva, ma con contromisure –  Se il 2017 rappresenta un anno di svolta per l’economia nipponica, con una crescita continua al ritmo dell’1,7% del Pil, nel 2018 le prospettive sono nuovamente nebulose e incerte. Il trimestre luglio-settembre di quest’anno, condizionato anche da fenomeni estremi di maltempo, segna, infatti, una flessione del prodotto interno lordo dello 0,3% (-1,2% su scala annuale).
In questo contesto di incertezza, il Primo ministro Abe  punta a mantenere l’impegno di aumentare di due punti, dall’8 al 10%, nell’autunno 2019 e allo stesso tempo garantire la tenuta della domanda interna.  Una linea che Abe conferma anche in una recente riunione straordinaria del Governo incentrata sullo stanziamento di fondi per la ricostruzione delle aree colpite da terremoti, tifoni e piogge torrenziali, ma dedicata anche alla questione Iva. In particolare, per mitigare l’impatto dell’inasprimento fiscale, sono allo studio un’aliquota ridotta all’8% sui consumi quotidiani, come cibo e giornali, e l’introduzione di un rimborso del 2%  sotto forma di punti premio sugli acquisti con carte di debito o di credito.
 
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