Articolo pubblicato su FiscoOggi (https://fiscooggi.it/)

Attualità

Quando la tassa fa bene alla salute

La politica impositiva sembra rappresentare il sistema più efficace per ridurre il consumo dei prodotti legati al tabacco

Thumbnail
Una soluzione a un problema che ogni anno provoca più di 5 milioni di decessi di cittadini europei. In alcuni Paesi il fumo si è trasformato in un lusso cosi come in altri l’aumento del costo delle sigarette, dovuto all’imposizione fiscale, ha indotto molti abituali consumatori a rinunciare alle "bionde". Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della Sanità più di 5 milioni di cittadini europei ogni anno muoiono per cause legate al fumo (un miliardo, addirittura, sarebbero, secondo le previsioni, i decessi nel XXI secolo). Il ministero (italiano) della Salute, in particolare, ha reso noto che proprio il fumo uccide, ogni anno, 80mila cittadini mentre si calcola che altri 500 morti sono legati agli effetti che il fumo passivo provoca indirettamente. Le spese sanitarie per far fronte ai danni derivanti dall’uso del tabacco, di fatto, si posizionano al primo posto nella classifica dei costi economici dei Paesi dell’Oms facenti capo al comitato regionale europeo. Le stime eseguite dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo, poi, documentano che i valori connessi al tabacco variano fra lo 0,1 e l’1,1 per cento del Pil in diversi Paesi. Quale soluzione adottare, allora, per tentare di invertire questo trend (negativo)?

Una soluzione: la politica delle tasse
La politica delle tasse, in proposito, sembrerebbe il sistema più efficace per ridurre il consumo dei prodotti legati al fumo. Tale riflessione è supportata dalla considerazione che in Francia, per esempio, l’innalzamento dei prezzi delle sigarette, trasformando il fumo in un vero e proprio lusso, dopo un rincaro del 42 per cento, ha comportato il crollo dei fumatori nella misura del 32 per cento. L’aumento del costo delle sigarette del 40 per cento, dovuto all’imposizione fiscale delle tasse sul fumo, in Italia, ha indotto più di mezzo milione di cittadini a rinunciare alle "bionde" (anche se al riguardo occorre rappresentare il forte impatto che nel corso del 2005 ha suscitato la legge n. 3 del 16 gennaio 2003 che ha esteso il divieto di fumare a tutti i locali aperti al pubblico e ai luoghi di lavoro).

Esempi a confronto
Nonostante gli sforzi intrapresi, volti ad armonizzare la relativa tassazione nell’area europea, tuttavia, sul piano comunitario permane la preoccupazione dovuta al grosso differenziale dei prezzi e delle imposte sul tabacco. Al riguardo, l’imposizione fiscale italiana sul singolo pacchetto di sigarette risulta (nonostante le indicazioni poste in essere dall’Oms) la più bassa (58 per cento, al pari della Grecia e del Belgio) se confrontata con gli altri Paesi. Nonostante il Belpaese abbia previsto, infatti, molte delle altre misure antifumo suggerite dall’Organizzazione, in Portogallo, ad esempio, le tasse incidono maggiormente che in Italia e cioè per il 61 per cento, in Germania per il 62 per cento, in Gran Bretagna per il 63 per cento mentre in Spagna e Francia per il 64 per cento. Secondo l’Oms, poi, le tasse sul tabacco calcolate sul prezzo di un pacchetto di sigarette incidono per il 27 per cento in Russia, per il 49 per cento in Svezia, per il 55 per cento in Svizzera e Danimarca, per il 57 per cento in Finlandia, per il 59 per cento in Austria, per il 60 per cento in Irlanda e per il 69 per cento in Israele.

Prezzi a confronto

Ma se il prezzo di una famosa marca di sigarette vendute in Italia è maggiore rispetto a quello della stessa marca vendute in Spagna e in Grecia (4 euro e 20 centesimi contro 3 euro), lo stesso pacchetto risulta più economico se comprato in Germania, in Francia, in Irlanda e nel Regno Unito (dove i relativi prezzi sono pari a 470 centesimi di euro, 530 e 654 e 756). Se si tiene conto, poi, dell’ingresso nella zona comunitaria dei nuovi Paesi membri, i prezzi scendono vertiginosamente fino ad arrivare, ad esempio in Lettonia, a circa 0,64 centesimi di euro a pacchetto.

La tassazione italiana e l’indagine Doxa In Italia
Nell’ambito del quadro di riferimento delineato dalla normativa comunitaria, il prezzo finale di vendita al pubblico di un pacchetto di sigarette è ripartito in 4 voci: il 10 per cento è rappresentato dall’aggio alle rivendite, il 14,83 per cento dalla quota industriale e distribuzione (produttore), il 16,67 dall’imposta sul valore aggiunto (Iva) mentre il 58,5 per cento del valore va allo Stato in forma di imposta sul consumo (accisa). Nel corso di un’indagine Doxa, condotta nel corso del 2005 su incarico dell’Istituto Superiore della Sanità, volta a valutare l’impatto dell’aumento (di almeno 1 euro) del costo delle sigarette, è emerso che circa 11 fumatori su cento smetterebbe di fumare, il 21,4 calerebbe il consumo mentre più del 20 per cento passerebbe a una marca più economica (come il tabacco da fumo trinciato). In quest’ultimo caso, infatti l’aliquota dell’accisa passerebbe da 58,50 per cento per le sigarette al 54 per cento sul tabacco da fumo trinciato tagliato fino per arrotolare le sigarette, mentre la percentuale sul tabacco da mastico e da fumo è pari a 24,78 e quella sui sigari e sigarette naturali è uguale al 23.

Duplice obiettivo
In altri termini, il nemico principale degli ultras del tabacco sembrerebbe essere il costo del pacchetto di sigarette. Riducendo il numero dei fumatori, altresì, calerebbero anche i casi di malattie correlate al fumo e di decessi connessi al fumo. Doppio, quindi, sarebbe l’obiettivo che si potrebbe ottenere nel caso in cui si dovessero alzare le imposte su tali prodotti: salvare molte vite umane e rimpinguare le casse dello Stato (13 miliardi nel corso del 2007 che potrebbero essere destinati alla lotta al tabagismo).

Le organizzazioni sovranazionali
Questa politica, poi, troverebbe il supporto da parte di quelle organizzazioni internazionali come l’Oms e l’Ocse che, da sempre, hanno auspicato il connubio più tasse (sul tabacco) più salute. Sotto il profilo comunitario, poi, giova al riguardo rammentare che l’Esecutivo europeo nel luglio del 2007 (IP/07/995) ha formalmente invitato l’Italia (ma anche l’Austria e l’Irlanda) a modificare la legislazione che fissa i prezzi minimi di vendita al dettaglio delle sigarette. Secondo il punto di vista della Commissione, costantemente accolto dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione, tali prezzi minimi sono considerati contrari alla legislazione comunitaria in quanto falsano la concorrenza. Pertanto, per raggiungere l’obiettivo della riduzione del consumo di tabacco si è raccomandato un aumento dei diritti sulle imposte di accisa sulle sigarette (in dettaglio, il numero di riferimento del fascicolo è, per l’Italia, il 2005/2107).  Anche secondo l’opinione dell’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, il vero colpo di grazia alla lotta contro il fumo sarebbe dato dall’aumento del prezzo di un pacchetto che dovrebbe costare almeno 5-6 euro (in aggiunta all’assistenza medica gratuita per chi vuole smettere di fumare e alla eliminazione dei distributori automatici che eludono la commercializzazione incontrollata ai soggetti minori di età).

I punti nevralgici
L’aumento del costo dei prodotti da fumo, però, deve necessariamente tener conto di alcuni fenomeni dissuasivi come il già citato fenomeno del roll your own (RYO) che prevede una tassazione a un’aliquota più bassa rispetto alle normali sigarette; l’aumento dello shopping transfrontaliero (come ad esempio quello che dalla Finlandia all’Estonia); il lancio commerciale di marche di sigarette low cost; l’inventiva sui prezzi delle società di tabacco (che in Germania hanno diminuito il prezzo e il numero di sigarette, nonostante l’aumento della tassa, dando la falsa convinzione che il costo non fosse incrementato); l’aumento delle sigarette contraffatte e del rischio di contrabbando; gli espedienti come gli "sticks e singles" (che, tuttavia, la Corte di giustizia delle Comunità europee il 10 novembre 2005 ha ritenuto fiscalmente illegale costringendo la Germania a tassare e classificare i bastoncini come le normali sigarette).

Acquisti e restrizioni
Riguardo all’aspetto commerciale per il tabacco (e per l’alcool), infine, occorre rappresentare che in quanto cittadino comunitario è possibile effettuare degli acquisti, all’interno dell’area Ue, nel rispetto dei quantitativi indicativi autorizzati. In particolare, la normativa europea non prevede limiti numerici se le merci sono acquistate per uso personale e non per fini commerciali. In altri termini, le imposte comunitarie (sul consumo e sul valore aggiunto) sono incluse nel prezzo di vendita e in nessun Paese dell’Unione europea può essere richiesto alcun ulteriore sovraprezzo. Nel dettaglio, ciascuno Stato è autorizzato a determinare le quantità di tabacco considerate "per uso personale" (questi quantitativi non possono essere inferiori a 800 sigarette, 400 cigarillos, 200 sigari, 1 kg di tabacco). Superata tale soglia può scattare l’inversione dell’onere della prova in merito alla dimostrazione della destinazione del bene ad uso personale e l’obbligo di giustificarne l’acquisto. Per un periodo di tempo circoscritto, alcuni Paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia soltanto nei confronti della Slovenia, Svezia e Regno Unito) mantengono limiti sulle sigarette acquistate in otto Stati che hanno aderito all’Unione europea nel corso del 2004 (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria). Talune restrizioni si applicano, per un tempo limitato, anche alla Romania e alla Bulgaria.
URL: https://fiscooggi.it/rubrica/attualita/articolo/quando-tassa-fa-bene-alla-salute